PRIMO LEVI. ANCORA QUALCOSA DA DIRE

24marzo_Tesio

“PRIMO LEVI: ANCORA QUALCOSA DA DIRE”

IL PROF. GIOVANNI TESIO HA PRESENTATO IL SUO ULTIMO LIBRO A CISTERNA D’ASTI

19^ INCONTRO DEL POLO CITTATTIVA PER L’ASTIGIANO E L’ALBESE

PER L’A.S. ‘17/’18

REGISTRAZIONE DELL’INCONTRO IN FORMATO MP3

Su Primo Levi, uomo, scrittore, vittima, sopravvissuto, sembra che sia stato già detto e

tesioscritto tutto ciò che era possibile dire e scrivere. In realtà, la presentazione del libro “Primo Levi: ancora qualcosa da dire” (Ed. Interlinea) di Giovanni Tesio – che si è tenuto sabato 22 marzo 2018 al Castello di Cisterna – ha dimostrato che non è così. L’iniziativa è stata organizzata dal Polo Cittattiva per l’Astigiano e l’Albese – I.C. di S. Damiano d’Asti, da Museo e Comune di Cisterna d’Asti, dalla Fra Production Spa, dall’Israt e dall’Aimc di Asti all’interno del progetto “Diritti verso il 2018“. L’autore ne ha discusso con Alessandro Cerrato che, con grande incisività, ha sollecitato Tesio ponendogli numerosi interrogativitesio_primop che hanno permesso ai presenti di cogliere gli aspetti salienti del libro. Rispondendo diffusamente alle domande, Tesio ha innanzitutto chiarito di aver iniziato a occuparsi di Primo Levi come scrittore e non come testimone della Shoah anche se i due aspetti sono congiunti. Infatti, grazie alla sua scrittura, ha saputo testimoniare in modo efficace la sua tragica esperienza. L’incontro con Primo Levi era avvenuto semplicemente. Un giovanissimo Giovanni aveva letto la versione del ’58 di “Se questo è un uomo” ma, attraverso il raffronto con le pagine di una raccolta di autori piemontesi, si era accorto che alcune parti non corrispondevano: c’erano stati degli scarti e delle modifiche. Così, aveva deciso di rivolgersi direttamente alla fonte telefonando a Levi che aveva accettato di riceverlo. In questo modo, da un interesse di tipo filologico, ne era nato un rapporto personale che, come ci tiene a porre l’accento Tesio, non diventò amicizia ma stima, rispetto e reciproca comprensione tra un giovane e un uomo che considerava un maestro. “Nell’ultima fase della sua vita, Levi era molto depresso. Gli avevo proposto di scrivere una sua autobiografia autorizzata e volevo intervistarlo. Nacquero così tre conversazioni (febbraio-marzo 1987). In seguito, fu operato, gli incontri s’interruppero ma, durante una telefonata in occasione della Pasqua, Levi aveva espresso il desiderio di ricominciare. Purtroppo morì pochi giorni dopo”. La lunga intervista, fu pubblicata ventinove anni dopo nel libro “Io che vi parlo” (ed. Einaudi) grazie all’autorizzazione dei figli, dopo la morte della moglie che era contraria. Ciò che emerge dai libri di Tesio, è che Primo Levi era consapevole delle sue capacità letterarie. È stato sicuramente un testimone importantissimo ma, attorno a quell’esperienza, ha sviluppato una grande capacità letteraria. Levi è uno scrittore prima che tutto accada: il lager è l’occasione che gli consente di rivelare la sua scrittura nella quale, anche nelle opere successive, si possono individuare alcuni argomenti come la sua timidezza e la sua esperienza partigiana. Rispetto alla prima, Levi era sempre stato consapevole che gli fosse stata d’ostacolo, specialmente nel rapporto con le donne. L’incontro più importante fu con Vanda Maestro che fu catturata con lui in Valle d’Aosta. Durante la prigionia a Fossoli, nacque quella che Levi definì “un’amicizia sentimentale”. Purtroppo, Vanda non fece ritorno da Auschwitz e, nell’ultimo periodo perseguitato dalla depressione, Levi continuava a tormentarsi al pensiero di non averla potuta salvare. In ogni caso, per Levi la scrittura aveva un valore terapeutico ma, a volte, non era possibile contenere in essa tutto l’inconscio. Era una battaglia continua che, quando lasciava momenti di tregua, gli permetteva di esprimersi come scrittore ma in lui era sempre presente una “vigilanza occhiuta” che non gli consentiva di lasciarsi troppo andare. Riguardo al periodo partigiano, Levi non ne parlò mai con troppa enfasi. Non si sentiva pronto e adatto a quel ruolo che aveva scelto dopo i giorni di baldoria seguiti al luglio del ’43: nell’immaginario di tutti, la guerra era finita, le stazioni turistiche erano al completo e un’euforia contagiosa aveva fatto perdere il lume della ragione. Il gruppo dei casalesi di cui faceva parte non era ben organizzato e i membri erano davvero impreparati tanto che, ben presto, Levi fu catturato e, pensando di salvarsi, dichiarò di essere ebreo e non partigiano. Giovanni Tesio, grazie all’assidua frequentazione con lui, ha avuto il privilegio di conoscere non solo l’autore Levi ma l’uomo Primo in cui la maschera coincideva molto spesso con l’essere, anche se con piccole crepe che lo tormentavano. Levi non aveva preventivato l’ascesa letteraria che lo aveva investito mettendolo anche in difficoltà perché, specialmente negli ultimi tempi, si sentiva prosciugato e ormai incapace di scrivere. In ogni caso, era attaccato alla vita e amava definirsi un “ottimista relativo”.

Indubbiamente, “Primo Levi: ancora qualcosa da dire” è un libro che ci restituisce un’immagine più ampia di un uomo che ha racchiuso in se un caleidoscopio di aspetti e che ha ancora moltissime cose da raccontare.

Giovanna Cravanzola

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